Sat-chit-ananda e Madre Terra

Ieri sera mentre mettevo a dimora alcune piantine di ortaggi nel terreno, mi ha attraversato fulminea un’idea, una certezza che si è fatta domanda. Le piantine cresceranno rapidamente e daranno frutto: bene, ma da chi arriva tutta quest’abbondanza, chi offre questa premurosa e sicura risposta al mio gesto che nei secoli e nei millenni chissà quanti milioni di volte è stato compiuto e chissà quante altre volte ancora verrà ripetuto? Siamo diventati così spenti distratti da non accorgerci neanche più della Vita profusa per noi senza riserve, sempre pronta a donarsi per venire incontro alle nostre necessità e pronta anche a sacrificarsi a volte per le nostre insane velleità.

E’ stato come una scossa rendermi conto del modo automatico in cui stavo lavorando, pur prestando attenzione a ogni singola piantina, alla sua “culla di terra”, all’acqua necessaria. Quando sono in campagna, non mi pongo questioni filosofiche o speculative e solitamente non mi metto a pensare a quello che succede quando termino il mio lavoro. So che le piantine affidate alla terra sono in buone mani, non penso che finito il mio compito, continua invece quello già avviato dalle piccole creature che presiedono alla crescita di ogni singolo seme, di ogni piccolo filo d’erba, di ogni minuscolo fiore. L’idea fulminea che mi ha attraversato la mente mi ha reso consapevole del fatto che non usiamo quasi mai la parola grazie, trascuriamo con troppa tracotanza e forse nessuna gratitudine la verità essenziale che la Terra è la fonte di tutte le nostre risorse e si prende cura di noi e di tutto quello che le affidiamo; senza Madre Terra non potrebbe esserci niente di ciò che esiste e che ci nutre su questo pianeta: tutto è contenuto in lei e lei è presente negli atomi, nelle grandi montagne e negli oceani. Questa è la verità. E verità si traduce in sanscrito con la parola “Sat”.

Secondo il dizionario dell’induismo* Sat letteralmente significa ‘essente’, ontologicamente ‘esistente’, eticamente vuol dire ‘buono’, epistemologicamente ‘vero’. La Verità su cui poggia la nostra esistenza è Madre Terra. E’ di sicuro una Buona Verità. La conoscenza della “Pura Verità” è insita invece in una realtà cosmica ben più grande!
L’attenzione a quel che siamo e facciamo, a partire anche da fatti molto semplici, come le considerazioni sulle mie piantine, può avviarci comunque alla consapevolezza dell’unità di tutte le cose fino alla “Pura Consapevolezza” che si traduce in termini induisti con la parola Chit.
La comprensione della realtà della Vita, nella sua pluralità di espressioni e nella sua essenziale unità, la consapevolezza del nostro esserne parte integrante e del nostro cooperare in un tessuto sensibile che ci sostiene e che noi sosteniamo a nostra volta non può che offrirci quella bellezza e quella pura gioia che in termini yogici si dice “Ananda”.

Oltrepassare in piena coscienza la soglia del nostro egoismo e della nostra ignoranza può permetterci di interagire in modo più diretto con quelle dimensioni sottili della Vita che normalmente sfuggono alla nostra consapevolezza, può darci la gioia della nostra presenza accogliente e a sua volta benevolmente accolta nell’abbraccio premuroso di Madre Terra.

*Dizionario dell’induismo – Margaret e James Stutley – Ubaldini editore

Salva

L’inganno della mente

A dire il vero la mente non ci inganna una volta soltanto perché, prima di essere educata a dovere, si diverte a trarre conclusioni affrettate da una percezione iniziale sicuramente poco affidabile e ci espone così non a un solo inganno, ma a ripetuti tranelli. La nostra mente mette velocemente insieme le prime scarse informazioni provenienti dai dati sensoriali e poi su queste costruisce i suoi castelli in aria esercitandosi nelle sue caratteristiche elementari: la capacità di distinguere e separare. Ancora una volta è il livello di sviluppo personale a determinare la qualità dei suoi costrutti con tutte le conseguenze che le modificazioni mentali comportano anche sugli altri piani dell’esistenza. Senza contare che la mente umana è limitata, per di più affezionata ai suoi limiti, e difficilmente accetta di superare se stessa. Tende invece a restringere il campo di osservazione per focalizzare le sue conclusioni e non si arrende facilmente davanti all’evidenza di spazi più vasti e unificanti. Si accontenta di ciò che è immediatamente conoscibile, anche se questo è insufficiente a creare sintesi nuove. E’ come accontentarsi delle briciole pur avendo a disposizione un buon pane da gustare. O come ingigantire ciò che si ha sotto il naso rifiutando di vedere ciò che brilla solo un po’ più in là.

La mente, quando ammette solo quello che ha sotto gli occhi e che è inequivocabilmente tangibile, non riesce a comprendere il lavoro invisibile dell’Infinito, ritiene valide solo le proprie piccole ragioni e perciò elabora inganni. Si accontenta delle piccole cose, di deduzioni facili, scontate, e partendo da queste comincia a insinuarsi e a soffiare sulle emozioni, gonfiandole a suo piacere e spingendole in direzioni ingombranti e a volte devastanti. Ci inganna presentandoci tutta questa messa in scena come reale, e noi ci caschiamo senza neanche replicare, anzi convintissimi di essere gli eroi del nostro dramma.
E così rimaniamo prigionieri dei nostri stessi pensieri: invece di apprezzare i privilegi di una mente aperta e immaginare nuovi possibili sviluppi, continuiamo a consumare l’acqua dei rigagnoli che riusciamo a concederci rifiutando le inesauribili risorse di un oceano di bene a nostra disposizione.

Purtroppo non sono queste le condizioni adatte a riconoscere quelle occasioni preziose che ci aiuterebbero a comprendere meglio le situazioni in cui ci troviamo e così noi non riusciamo a rispondere agli impulsi che la Vita stessa ci invia per offrirci soluzioni e venirci incontro in tutti i modi possibili. E allora?

Allora bisogna imparare a usare la mente senza diventarne prigionieri, sapendo che oltre le nostre logiche stringenti e tutte le nostre impeccabili giustificazioni razionali c’è un’abilità mentale che non abbiamo ancora sviluppato, e anche più d’una, c’è una lunga strada da percorrere esercitandoci in una visione unitaria e non più separativa delle cose, ci sono spazi ancora inesplorati ricchi di sorprese pronte a svelarsi se solo la smettiamo almeno un pochino di affidarci al mozzo invece che al timoniere e se una volta per tutte la smettiamo di credere che siamo gli unici depositari dei tesori della Vita. Certo, dovremmo deporre per sempre la corona di cartone che ci siamo sistemati sulla testa e magari incamminarci per una via di conoscenza seria, veramente regale … il raja yoga, per esempio.

Salva

Salva

Il dolore: un piccolo ripasso

Non è bello essere soggetti al dolore e alle sue spire. Sembra che le maglie di una scura trama costringano il nostro corpo fisico o anche il nostro pensare e sentire in una gabbia penosa di cui è difficile liberarsi. Le reazioni al dolore possono essere tante, tante quante sono le nostre abitudini personali nel rapporto che abbiamo costruito con noi stessi e col mondo, sono tante quante il livello della nostra coscienza consente, anzi meno, perché quando siamo soggetti al dolore si restringono notevolmente le nostre capacità e siamo costretti in spazi di coscienza ridotti, sempre che una nuova consapevolezza non spinga e sposti sensibilmente la linea dei nostri limiti, scavalcandoli addirittura.

Il dolore è uno stato di sofferenza provocato da una realtà precisa, è il mezzo con cui il nostro organismo segnala un pericolo, un danno che mette a rischio il nostro ben-essere. Per contro quindi il dolore è un campanello d’allarme e avverte che bisogna fare qualcosa per migliorare lo stato di salute attuale.

La prima legge della guarigione esoterica afferma che tutte le malattie sono effetto di disarmonia tra forma e vita. Tra la vita e la forma sta l’anima, il principio integratore che consente una libera circolazione dell’energia tra questa e quella. La malattia appare quando l’allineamento tra questi fattori è difettoso, quando il loro rapporto non è libero e perciò disarmonico. Dalla disarmonia derivano il male e il dolore, è la disarmonia che genera congestione, corruzione e morte.
All’origine quindi c’è un difetto di relazione e le conseguenze sono condizioni purificanti necessarie a risanare i rapporti.
Per alleviare il dolore sono possibili terapie diverse, ma per estirparlo definitivamente è indispensabile prendersi veramente cura delle incoerenze che lo producono.
Nel quarto volume del trattato dei sette Raggi si afferma che l’arte di guarire può essere esercitata in tre modi: fisico, psicologico e spirituale.
Il primo modo riguarda l’applicazione di cure fisiche che leniscono il dolore, rafforzano la vitalità e allontanano le condizioni nocive.
Il secondo modo si basa su una terapia psicologica che può curare atteggiamenti mentali o emotivi errati, aiutando il paziente nella comprensione di se stesso mentre attivamente rimuove condizioni coattive.
Il terzo modo di esercitare la guarigione è quello dell’evocazione dell’Anima sì che fluisca libera nella forma ed elimini col suo potere vitale le ostruzioni che impediscono dolorosamente la libera circolazione della forza. La giusta distribuzione della forza implica invece rapporti armoniosi che qualificano un modo di vivere impersonale, sgombro dai drammi di ogni egoismo.
Si capisce così come la malattia sia un necessario processo di apprendimento spirituale. Fino a che il nostro stadio evolutivo non consentirà alla forma fisica di essere un utile e pratico mezzo di espressione dell’Anima al servizio della Vita, sarà il karma a determinare le nostre condizioni di salute.
Il testo su citato dice anche che “l’Anima interviene in suo valido aiuto solo quando la personalità tende al progresso spirituale e a vivere in modo più sano e puro…Il dolore è il custode della forma e ne protegge la sostanza, avverte del pericolo, segna certe fasi del processo evolutivo e dipende dall’errata identificazione con la sostanza.”
Quando però non è più così (quando cioè ci identifichiamo col nostro essere divino) si apre la via della comprensione e della liberazione, la malattia allenta la presa e il dolore finisce per condurre alla gioia.
Una nuova vita può cominciare in ogni istante, una Vita che può rigenerare ogni cosa nel nome del Bene e può condurre alla luce inesauribile dell’Infinito.
Non posso non fare un accenno ai dolori “sacri” dei cuori capaci di abnegazione.
In un antichissimo salmo si legge: “Conterrò nel cuore tutto il dolore del mondo. Lo renderò incandescente, come il grembo stesso della Terra. Lo riempirò di lampi. Il nuovo cuore è lo scudo del mondo.”*

Paragrafo n. 102 di “GERARCHIA”- Maestro Morya- ed. Nuova Era.

Salva

La Via Crucis

La Via Crucis, o Via della Croce, è un testo vivente scritto col fuoco del sangue, è il sacrificio sublime, la via di Redenzione incisa nella storia dell’umanità da Gesù Cristo che, docile come un agnello, offrì liberamente se stesso alla morte perché la Vita fosse affermata su questo pianeta. Non riusciremo a concepire l’immensità di questo sacrificio fino a che noi stessi non saremo avviati sulla via dolorosa della purificazione. Perché ogni essere umano dovrà percorrerla alla fine del suo pellegrinaggio nei mondi della materia. E allora forse comprenderemo meglio la Passione di Gesù, conosceremo il grande varco che Lui ha aperto col suo sacrificio, per consentirci di accedere alla verità e alla gloria dello Spirito.

Meditare sulle tappe che condussero il Maestro dall’orto degli ulivi alla crocifissione sul Golgota, vuol dire scendere in profondità dentro i palpiti dell’esistenza umana, in cui si riversano tutti i nostri dolori e tutte le nostre imperfezioni, per ascendere con Lui alla casa del Padre. La sequenza stessa degli episodi non è casuale e ci mostra il progressivo evolvere dell’uomo di fango verso la creatura di luce che è in ognuno di noi.
La preghiera che dà inizio al sacrificio è riportata nel Vangelo di Giovanni (17, 1- 21- 24 -26)

“Così parlò Gesù e, levati gli occhi al cielo, disse: – Padre, l’ora è venuta. Glorifica il Figlio tuo affinché il Figlio glorifichi te… che tutti siano uno come tu, Padre, in me e io in te … voglio che anche quelli che tu mi hai dato siano con me, dove sono io, affinché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, poiché mi hai amato prima della creazione del mondo … affinché l’amore con cui tu mi hai amato sia in essi, e io in loro.”
Poi fra gli ulivi dell’orto, al di là del torrente Cedron, si svolge il dramma dell’accettazione umana di un calice sovrumano perché la volontà divina sia compiuta.
Un male dopo l’altro Gesù vive su di sé il tradimento, il rinnegamento, il giudizio, lo scherno, la flagellazione e la condanna. Sale poi portando la croce verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota, dove il suo corpo di carne è inchiodato, elevato e trafitto e dove Gesù rende il suo spirito perché “tutto è compiuto”.

E così Gesù ci ha introdotti al Suo Regno, prendendo su di sé il male di tutti, aprendoci la via verso l’unità perfetta, per amore. Non ha parlato di yoga, lo ha fatto.

 

Salva

Salva

I colori

Amo il bianco … e i colori. Mi piace tuffarmi dentro i colori e usarli: puri, mescolati, inventati. Mi piace sentire le sensazioni che producono, la musica che suonano. Mi piace scoprire il colore delle cose, la luce che danno. A volte mi mancano altri colori, quelli che ancora non conosco, che non so riprodurre, che non trovo in nessuna tavolozza.
I colori rappresentano le possibilità del nostro agire, sono un filo diretto con la nostra Anima, fanno parte di un linguaggio trascendente nella natura, nell’arte, nella Vita.
Prendiamo ad esempio il blu: nella tradizione iconografica è collegato al mistero divino, con le sue infinite sfumature.
Blu è il manto del Cristo pantocrator, blu sono le vesti della Vergine nelle sue tonalità celestiali, blu sono le tuniche degli angeli nella Trinità di Rublev. Il blu, come tutti i colori di base, rappresenta una necessità biologica fondamentale: il bisogno di pace. E davvero la contemplazione di questo colore ha un effetto pacificante sul sistema nervoso centrale, sul ritmo cardiaco e sul respiro. Nel blu lo sguardo s’inoltra nel profondo, si perde nelle infinite lontananze dello Spirito, da cui emerge la forza espansiva e stimolante del giallo. Il giallo corrisponde al caldo piacevole del sole, all’alone intorno al sacro calice, è l’intelligenza che fa conoscere le cose e dà loro vita, splendore, manifestazione. È il miracolo della Verità che luccica come l’oro. Quando il giallo perde la sua luminosità inverte la sua energia, la sua dignità si scolora e diventa il colore sgradevole dell’invidia, della falsità, dell’inquietudine e del disagio. Ci vuole un bel rosso vivo a riportare vitalità e pienezza alla nostra esperienza. Rosso è l’impulso vittorioso della Vita e del suo Potere regale, rosso è il fuoco purificatore, trasformatore, iniziatore. Rosse sono le vesti dei martiri, espressione del loro coraggio e del sangue versato, rossa è la fiamma della Pentecoste, simbolo della presenza e dell’azione divina nel mondo. Innumerevoli sono le modulazioni di questo colore, dal fosco minio al dolce e tenero rosa, tutte a segnare le dimensioni possibili in cui il rosso si esprime tra la terra e il cielo.
Altrettanto intensa e indicativa è la presenza dei colori detti secondari nel qualificare le forze vitali. Verde, indaco, arancio e viola rappresentano la psicologia applicata del nostro logos solare al pianeta Terra: tutte energie risultanti da varie fusioni dei tre colori primari, sintesi creative in mutuo rapporto che sostengono la nostra evoluzione nello spazio e nel tempo. Che ruolo ha ciascuno di noi in tutto questo? E l’umanità nel suo complesso quanto è consapevole e responsabile della propria presenza in questa policromia universale? Quanto siamo coscienti di noi stessi, del valore e del colore che ci è affidato perché possiamo renderlo più terso e brillante e anche più adatto a nuove composizioni? Quanto la condotta quotidiana persegue la necessità di pace e di armonia per portare a compimento la nostra unicità all’interno del gruppo di cui siamo parte? Quanto consentiamo alla nostra colorata personalità l’esposizione al bianco chiarore divino perché le sue tinte possano esserne purificate e meglio percepite? Qualcuno ha detto che ci sono più domande che risposte… ma nessuna risposta potrà mai arrivare se non cominciamo a porci almeno qualche domanda!

Salva

Salva

Tra la fine e l’inizio

Tra la fine e l’inizio a volte non c’è nessun rumore, nessuna esplosione evidente, nessuna interruzione particolare, nessun clamore. Ciò che ha compiuto il suo tempo spesso svanisce in silenzio, e per quanto chiasso voglia fare, per quanto possa arroccarsi su posizioni estreme difendendo se stesso, finisce per perdere la presa e scivolare negli annali della memoria, mentre si estingue ogni suo potere sul futuro. “Tempo scaduto” dice una mia amica quando leggo troppo tardi un suo invito a fare una passeggiata. E così quando il tempo è scaduto per l’espressione di una particolare energia, non c’è appello che tenga e che consenta di ripetere un’azione di quello stesso timbro. Non serve intestardirsi. È più conveniente porgere l’orecchio ai nuovi suoni e agire cercando una diversa armonia, iniziando a capire qual è il modo migliore di seguire la direzione indicata dal vento maestro.

E così quando il futuro irrompe nel presente lo fa con una spinta irresistibile e non c’è altro da fare che arrendersi. Ieri è finito. Oggi comincia. Inutile ragionare, rimandare, giustificare. Devi accettare e cambiare. Per adeguarti hai davanti solo la resa, nel più breve tempo possibile. Perciò attenzione, bisogna capire cosa sta succedendo e qual è l’aria che tira, è importante non chiudersi in un illusorio stato difensivo. Aprirsi alla fioritura in corso è l’azione più saggia.
Tra la fine e l’inizio masse consistenti di energia vengono spostate perché nulla più ostacoli il passaggio della luce e nulla più impedisca la manifestazione di quello che è stato preparato con cura.
Tra l’inizio e la fine è incastonato un istante di estrema bellezza, delicato e potente, basta un alito leggero a cambiare la direzione delle forze, basta una brezza lieve per incrinare e far crollare macigni.
Ecco perché è indispensabile passare al vaglio il movente di ogni pensiero, di ogni azione. Come afferma il maestro Morya “…è specialmente necessario sapere quali sono le forze che causano le azioni di ogni singolo giorno, di ogni singolo evento, di ogni fenomeno; poiché è l’ora della decisione, e non ci sono mezze misure sulla via del Mondo del Fuoco.”
Attimo dopo attimo, inarrestabile, aumenta il bagliore della luce e solo un cuore puro può accoglierla senza rimanerne accecato.
Chi non vuol sentire sarà sempre più sordo fino a che il suo falso silenzio esploderà in un boato. E chi accoglie la Vita potrà udire la musica del suo Fuoco acceso che intona l’inno della Vittoria.
Lo spartiacque della nostra storia è stato l’avvento di Cristo, la nascita a Betlemme di Colui che Lo ha incarnato. Prima di Cristo o dopo Cristo diciamo per orientarci nella scala temporale e spirituale della nostra più recente umanità. Come scorgeremo il maestoso evento che segnerà il sorgere del sole di un luminoso mattino? Forse lo capiremo dalla gioia che brillerà sui volti di chi lo ha tanto atteso.