Tra il dharma e il karma

Tra il dharma e il karma ci siamo sempre noi, inarrestabili quanto a volte inconsapevoli vettori della forza della Vita che trae da ogni flusso, seppur contrastante, un prezioso fattore di unità. Il compiersi degli effetti karmici nasce dalla ripercussione di qualsiasi atto nella fluttuazione degli eventi e spesso ci costringe a percorrere strade difficili, complesse, solo in apparenza separative e distanti. Mentre viviamo le conseguenze dei nostri errori, la necessità di una comprensione più grande, unita al bisogno di liberarci dalla sofferenza, ci spinge negli anfratti ancora inesplorati della coscienza per aiutarci a capire fino in fondo chi siamo e quale deformazione può derivare dall’egoismo, dall’ignoranza e da tutto ciò che procura l’inaridimento del cuore.

Per fortuna con l’andar del tempo e dell’esperienza la musica cambia e la verità si afferma, i nostri comportamenti si modificano e anziché muoverci verso la separatezza, cominciamo ad apprezzare quel che conduce all’armonia e al rinnovamento delle forze, tanto da essere disposti ad accettarne i costi in termini personali a favore di un’attività più creativa. Mentre riconosciamo le nostre responsabilità e le piccole distanze perdono significato, cerchiamo una maggiore consonanza e si fa sempre più chiara la visione dei grandi principi che presiedono alla Vita e che sottendono un Piano di unione e di espansione. Allora cerchiamo un Maestro, ci assumiamo l’impegno di seguirne l’Insegnamento, di lasciarci condurre sulla via del cuore e cominciamo a comprendere cosa significhi accettare il grande servizio per il bene dell’umanità.

Nessuna imposizione, ma la legge che rivela e dona la libertà.

Come una fiamma protesa verso il futuro il dharma illumina i moti della coscienza e può cambiare ogni condizione fino a modificare il karma stesso quando il fuoco dello spirito arde e sostiene lo slancio verso approdi futuri! Quante volte tra gli ostacoli quotidiani, invece di demoralizzarci e arrestare i nostri sforzi, esclamiamo “avanti!” Questa è la legge della Vita, il suo Dharma: è movimento e cambiamento, è il gioco d’inarrestabili moti cosmici che investono le galassie e le più piccole particelle di materia, è la partecipazione dinamica, incessante e propulsiva, al grande disegno della creazione. Se riusciamo ad andare avanti, comunque, nonostante tutto e nonostante noi stessi, stiamo facendo bene, stiamo lasciando andare inutili zavorre, stiamo riuscendo a tenere il passo, quel passo che si fa sempre più deciso e leggero, ed è sostenuto dal cuore perché iniziamo a comprendere che noi stessi siamo la Vita e noi stessi siamo pure i suoi custodi.

Un po’ di veleno

A volte usiamo l’espressione dente avvelenato per intendere quella puntura velenosa, viperina, che infiggeremmo volentieri a coloro verso cui nutriamo astio o rancore e sui quali vorremmo invece imporre il nostro dominio vendicando un presunto torto subito. Certo, siamo tutti buoni, e bravi. E ci costa uno sforzo particolare riconoscere il veleno che ci piace tenere di scorta fino a quando scatta l’occasione giusta per scaricarne gli effetti. Allora con sorprendente prontezza affondiamo il colpo su chi riteniamo ci abbia offeso in qualche modo e verso cui scagliamo la nostra distruttività. Dimentichiamo però che anche la messe dei pensieri e degli atti velenosi ha il suo tempo di maturazione e che ogni veleno lascia sempre una traccia, che parte da noi e a noi ritorna, col rischio che ci bruci in gola o nello stomaco o nel cuore. In realtà tutta la nostra coscienza ne è infettata e non c’è un solo chakra che non sia contaminato dal veleno che non abbiamo ancora eliminato. E così, mentre pensiamo che il nostro aspide sia circoscritto in uno spazio ristretto, influenziamo con le sue emanazioni venefiche tutto ciò che facciamo e ogni oggetto che tocchiamo, spesso in maniera del tutto inconsapevole.

Perciò conviene che impariamo a difenderci, cominciando a riconoscere la necessità di purificare con un lavoro costante e ritmico, che ci aiuti a mantenere vibrazioni superiori, tutto quello che insidia la nostra salute e la pace del cuore. I veleni non servono! Allo stesso modo in cui riconosciamo ormai definitivamente il danno e l’inutilità dei veleni nei cibi di cui ci nutriamo. La contaminazione semmai deve riguardare il buono, la diffusione del bene, la pratica della bellezza.
Non bastano semplici disinfezioni meccaniche o chimiche, non è sufficiente affidare la nostra disintossicazione a pastiglie e tisane: ciò che stiamo vivendo esige una purificazione spirituale e ignea, è indispensabile sgombrare la polvere velenosa che si annida nei centri della coscienza e che impedisce di accendere il Fuoco della Vita in ogni pensiero, in ogni gesto, in ogni parola, quella polvere insidiosa che a nostra insaputa contamina l’atmosfera dell’ambiente in cui siamo e tutte le relazioni che viviamo, senza contare che i suoi effetti nocivi possono raggiungere anche grandi distanze.

Un corpo pieno di veleni non si può difendere, anche i migliori rimedi non funzionano in un corpo avvelenato dal dubbio, dalla sfiducia, dall’odio. L’organismo umano è una meravigliosa fabbrica di risorse che sono tanto più attive e salutari quanto più sostenute dalle qualità dello spirito, prima fra tutte la fiducia, quell’aspirazione volontaria all’armonia e alla cooperazione, primo vero antidoto che, assieme alla pratica dell’innocuità verso tutti gli esseri viventi, può smaltire i rifiuti tossici della coscienza. Ci conviene capire e comprendere che possiamo avviare una collaborazione attenta tra le forze materiali e quelle più sottili, psichiche e spirituali, se non vogliamo finire sommersi e avvelenati da energie che ignoriamo e che continuiamo a produrre, a danno nostro e di tutta l’umanità.

Preservare la bellezza in ogni luogo, in ogni gesto, ovunque posiamo la nostra attenzione, in ogni parola pronunciata, in ogni pensiero lanciato nello spazio, serve realmente a ripristinare la salute del pianeta e la nostra, annullando l’effetto di qualsiasi veleno. Forse è troppo semplice perché sia accettato. L’amore non è amato diceva san Francesco, e chi è disposto a spendersi per questo?

Quello che dice la voce

Conosciamo tutti molto bene il valore e il significato della voce come mezzo di espressione e di comunicazione, la voce è il nostro suono, la somma di tutte le note che il nostro essere è capace di manifestare, in modo consapevole, oppure no. La nostra voce porge al mondo la nostra essenza e per quanto noi possiamo modulare o cambiare come ci piace il tono che usiamo, non riusciremo mai a nascondere la verità che sta dietro le parole, non riusciremo a ingannare l’orecchio del cuore. È incredibile la moltitudine di possibilità che la voce ci offre per esprimere i nostri sentimenti, per dare sfogo ai nostri impulsi, o per tradurre in parole i nostri pensieri. Come i tasti di un pianoforte le corde vocali sono toccate dalla vibrazione del suono di dentro che diventa immediatamente quello di fuori. Limpido o graffiato, puro o subdolo, forte o debole, morbido o pungente, soffocato o libero.

La voce indica con chiarezza la distanza che ci separa dall’unità, ci dà la misura della nostra coerenza, svela le maschere della personalità e dice al mondo quello sta succedendo dentro di noi. Anche se noi non ce ne accorgiamo. Accade così che il lupo si travesta da agnello o che il leone si senta un topolino, che il coccodrillo si finga un lombrico, che il dolore sia nascosto, che il piacere sia represso, che la rabbia sia controllata, che l’insicurezza sia camuffata o che il potere sia inibito. Ciò che è detto però contraddice ciò che è sentito veramente, non riflette ciò che si muove davvero nella coscienza, e allora la voce s’incrina, acquista strane sfumature, deflette o s’impenna, tradisce uno sforzo innaturale, non è armoniosa, diventa stonata, stride. Così anche un messaggio apparentemente banale può trasmettere un mondo di informazioni, il contenuto neutro di un discorso annunciato da una vocina affettata può svelare una voragine di distruttività tenuta nascosta.

Non è un processo alla voce, è un invito all’ascolto, soprattutto di sé. Poche frasi per comprendere quanto sia utile sentire che aria tira nella nostra coscienza, per comprendere l’importanza di un cambiamento, per riconoscere la verità e forse la necessità di una trasformazione. Difficile essere soddisfatti della propria voce, così come siamo generalmente insoddisfatti dell’immagine che abbiamo di noi stessi. Non è una tragedia, è l’ago della bilancia che ci dice da dove cominciare per migliorare le cose. È la possibilità di prendere atto della realtà così com’è e non come diciamo che sia, uno dei tanti strumenti che la Vita ci offre per imparare a dire parole nuove, per ascoltare dentro di noi la musica dell’Anima e, perché no, iniziare a cantarla.

Senti che bel vento…

Vorrei riuscire a dare qualche sollievo a chi si affligge alla ricerca di un senso, affannandosi a cercarlo in mezzo alle nebbie della personalità. Impresa titanica riuscire a distinguere nel sottobosco delle proprie attese quello che riteniamo possa dare un significato ai nostri giorni. Spendiamo tempo, energia e denaro per dare alla nostra esistenza una direzione logica, sensata per l’appunto, che giustifichi e qualifichi la nostra presenza nel mondo, quasi avessimo la necessità di una manifestazione esteriore lineare per dimostrare a noi stessi e agli altri che non stiamo perdendo tempo, che siamo seriamente al lavoro, che veramente ci stiamo dando da fare per lasciare una traccia visibile, indicativa, connotata dalla particolarità che riteniamo più utile e giusta. Insomma ci troviamo spesso alle prese con il senso o con il non senso della nostra vita. È normale, è umano. Se no che ci siamo a fare su questa Terra? Costruiamo in questo modo la nostra storia personale cercando di integrarla al meglio nella società in cui viviamo, rispettando quelli che sono i nostri valori essenziali e ciò in cui riponiamo la nostra fiducia. Cerchiamo comunemente il senso della nostra Vita partendo da noi stessi e non di rado ci ostiniamo nell’immobilismo, avvinghiati alle nostre illusioni, convinti che il senso che cerchiamo abbia in noi la sua roccaforte, e rifiutiamo di accoglierne un’origine diversa, una differente traiettoria, una modalità imprevista.

Capita pure che il senso in questione, anche qualora fosse trovato, s’interrompa nel frastuono delle diverse percezioni quotidiane e la traccia che stiamo creando si dilegui come nulla fosse, lasciandoci frastornati. Ci sembra allora di dover ricominciare tutto daccapo, mentre la nostra pazienza e la nostra autostima sono messe a dura prova. Il risultato degli sforzi apparentemente falliti ci confonde, ci infastidisce, ci costringe a interrogarci sulla validità delle nostre idee e sull’efficacia dei nostri comportamenti. Così ci sembra di non aver capito nulla, di aver perso ogni senso e rischiamo di veder scivolare il nostro smarrimento in uno stato di passività piuttosto rischioso.

Chi conosce lo yoga sa bene come funzionano certe dinamiche e da quali luoghi della coscienza prendono le mosse. Non voglio dire che cercare di dare un senso alla propria esistenza e voler indirizzare consapevolmente le nostre azioni verso il compimento di un obiettivo stabilito sia disdicevole, proprio no. Sto cercando di dire che le nostre buone intenzioni sono frequentemente disturbate da altre intenzioni meno evidenti ma non meno attive che inquinano la traccia indicativa che diciamo di voler seguire.

Soprattutto vorrei ricondurre tutto questo lungo discorso a una breve conclusione. Il senso la Vita ce l’ha. Siamo noi. Non è il contrario. Ci torturiamo con un’infinità di considerazioni e basterebbe invece accorgersi che ognuno di noi è la forma in cui la Vita sta esprimendo il Suo Senso. Vallo a capire! Cioè invece di cercare il nostro senso nella Vita, dovremmo scoprire il senso della Vita in noi. Bè, non lo so, forse appare complicato ma secondo me è molto più semplice, basta liberarsi dall’ingombro di se stessi nella valutazione dei fatti. Magari possiamo cantare insieme la canzone di Vasco…

Sai che cosa penso / Che se non ha un senso/ Domani arriverà / Domani arriverà lo stesso

Senti che bel vento…

La libertà e il mare

Stamattina il mare era in movimento, più del solito. Per prudenza non mi sono allontanata troppo dalla costa per la mia solita nuotata, sono rimasta a lasciarmi sospingere dalle onde senza fare troppa fatica, dando solo di tanto in tanto una viratina contro corrente. Il mare è stupendo. Si rigenera a ogni istante, cambia colore da un momento all’altro, non è mai lo stesso eppure è sempre infinito nella sua bellezza, al confine tra la terra e il cielo, un’immensità di acqua in cui si può specchiare la Vita in una miriade di sfumature.
Cupo o limpidissimo, steso come un drappo di seta a gustare la beatitudine della sua calma e la trasparenza dei riflessi di luce sul fondale, oppure prorompente e temibile, spumeggiante e fragoroso, come in certe giornate tempestose: il mare ti sorprende sempre e ti fa capire la Potenza del Gioco.

Stamattina era in vena di conversazione. Le onde si alternavano e si susseguivano come i pensieri e le frasi di un discorso ed io, incantata dall’ardore del racconto, mi godevo quella meraviglia, immaginando che il mare stesse narrando della libertà e della gioia di essere liberi, della felicità di divertirsi e di muoversi con il vento. Non so tradurre quel suo richiamo verso sponde lontane e non so comunicare la fermezza della sua voce, ma l’impressione ricevuta è stata forte, tanto che a distanza di qualche ora mi torna in mente e mi suggerisce di dedicarle un po’ più di attenzione.

Tra i timori che ci impediscono di vivere appieno la nostra esistenza c’è quello di sentirsi liberi. La libertà spaventa. Pensiamo generalmente che un pochino di libertà possa andar bene, ma che troppa sia pericolosa, per noi stessi e per gli altri: meglio essere cauti per non esporci ai rischi della responsabilità che comporta. Il potere della libertà addirittura può atterrirci e l’illimitata pienezza dei suoi doni fa vacillare le nostre timide sicurezze: ma la paura della libertà ci fa perdere pure il senso della nostra storia, ci impedisce di uscire dai nascondigli in cui vorremmo stoltamente tenerci stretta la Vita nel terrore che ci sfugga. La libertà non ama spazi angusti e l’ignoranza la soffoca. La libertà si propaga negli spazi aperti, puliti, dove è di tutti. Diversamente muore e la Vita si spegne.

La libertà vera, quella che fiorisce quando partecipi al Gioco della Vita senza ostacolarlo più in alcun modo, quando la smetti di correre dietro alle tue illusioni e la fai finita con le tue pretese, quando non t’importa di essere deriso e nemmeno applaudito, quando riconosci a ciascuno il diritto di essere se stesso così com’è, proprio lì dov’è, bè, questa libertà è una vera conquista e passa da un grande rispetto e da una lunga esperienza, spesso tortuosa e faticosa, a volte anche sofferta, ma incredibilmente bella. E forse, quando cominci a intuire che parlare da liberi può essere meglio che tacere spaventati, o che restare consapevolmente in silenzio è una libertà più grande dello spreco di parole, allora puoi gustare la tua umanità e sentirti libero di giocarla in spazi più grandi, al confine tra la terra e il cielo, proprio come il mare.

Yoga e famiglia

Cominciamo dal simbolismo della spirale, una linea semplice che si avvolge su se stessa e si apre in un movimento circolare prolungato all’infinito: indica lo sviluppo ciclico che senza sosta si espande ed estende in larghezza e in altezza le possibilità della creazione. Il simbolo della spirale possiede la notevole proprietà di crescere senza modificare la forma complessiva della figura, indica la permanenza dell’essere attraverso le fluttuazioni del cambiamento, come dice Gilbert Durand*, insomma è il simbolo della dinamica della Vita che alternativamente sperimenta il bene e il male nella continuità di un movimento unico.

Situazioni “quasi” identiche implicano invece un’intera voluta di spirale e differenti stati di coscienza per affrontare in maniera sempre meno chiusa e asfissiante rapporti apparentemente immutabili e per affermare liberamente e consapevolmente una visione che assecondi la Vita senza soffocarla, che giochi con lei e apra tutte le vie possibili per comprenderla e realizzarla meglio.

Anche la famiglia è un simbolo, rappresenta il nucleo di uno sviluppo, una cellula generatrice di umanità, che può avvizzire o crescere nel tessuto di cui è parte e che richiede una trasformazione continua per assolvere le funzioni che la riguardano e per adattarsi al ritmo delle circostanze che cambiano. Per me la famiglia è uno dei simboli del cuore: sistole e diastole, ininterrotte aperture e chiusure, espansioni e contrazioni che si susseguono necessarie a trasmettere i fiotti di vita con la potenza adeguata, senza ristagni e immalinconicamenti, dirigendo allegramente i flussi di forza dove e come occorre, sospendendo o moltiplicando i propri sforzi secondo quel che c’è da fare o da curare. Anche il cuore, come la famiglia e come la spirale, indica la possibilità di crescere e afferma la permanenza dell’essere attraverso le fluttuazioni del cambiamento, perché la Vita non si arresti, ma avanzi anche a costo di qualche aritmia, libera, spesso oltre la comprensione immediata: contenimento e moto, fermezza ed elasticità, in un alternarsi continuo, servono a lasciar scorrere o arginare, a contenere o a varcare i limiti, a spingere o ad arrestare le forze in campo. E sempre senza rete, perché si sperimenta sul momento, senza perfezione, senza certezza del risultato. Quello che sembra il gesto, la parola, il silenzio più adatto, potrebbe invece essere il comportamento più deleterio: si chiama apprendimento.

A differenza però del simbolo della spirale la famiglia non sempre si apre in un movimento circolare prolungato all’infinito, piuttosto tende a chiudersi, per orgoglio o per paura, consapevolmente o no, si costruiscono muri che isolano e anziché rafforzare, indeboliscono, aumentando le distanze. A volte ondate karmiche si abbattono sul gruppo familiare, proprio per far crollare quei muri vecchi e chiarire meglio la direzione da seguire grazie a una visione più ampia, così come avviene individualmente, affinché siano conosciute, esaurite e finalmente risolte le antiche cause del male e della sofferenza, liberando in tal modo i rapporti da obsolete schiavitù. Man mano che questo avviene la famiglia irradia nel mondo la sua realtà, modifica gli schemi arrugginiti e li trasforma in esperienze nuove che includono altre verità e maggiore magnanimità. La compassione occupa il posto del giudizio, il risentimento è lavato dall’amore. Il nucleo rimane come un albero poderoso che allunga le sue radici e allarga i suoi rami nella famiglia umana: nelle profondità della terra e negli spazi del cielo siamo tutti uniti da sempre, ce ne rendiamo conto solo man mano che cresciamo, che ci accorgiamo veramente gli uni degli altri nello stesso sangue divino e nella nostra debole carne. Non perdiamo mai nulla e nessuno, e anche se ci sembra di rinunciare dolorosamente alla nostra identità familiare, la ritroviamo poi su una voluta maggiore della spirale.

Stamattina ho chiesto a una mia amica cosa vuol dire yoga per lei e cosa comunque per lei significa la parola “unione”. Mi ha risposto così: “Non conosco bene la parola yoga ma conosco la parola unione, e “unione” è una parola bellissima, l’unione nel futuro è il successo dell’umanità…come un famiglia.”

 

* Dizionario dei simboli- J. Chevalier e A. Gheerbrant – Rizzoli editore