L’umano piacere e il dolore

Siamo profondamenti immersi nel dolore. Ogni azione, ogni pensiero e ogni emozione naviga nelle acque del dolore.
Noi esseri umani siamo inevitabilmente legati alla necessità di sperimentare il dolore, ma il significato che ad esso diamo è erroneo e involutivo.
Ci attacchiamo, come cozze allo scoglio, alle esperienze che ci fanno soffrire pur di non cambiare e smettere di odiare. In questo senso siamo alquanto primitivi e ottusi, ma la spinta al male abbonda ancora nella nostra coscienza e limita la crescita del bene in noi.
Ci vuole forza a non riconoscersi in qualcosa che alberga in noi da vite, un qualcosa di triste e inibente che ci dà, volente o nolente, un senso di appartenenza e un valore (per quanto distorto) per stare al mondo.
Noi esseri umani viviamo vite per raggiungere obiettivi e agiamo lotte di potere, di cui spesso, non conosciamo neanche l’entità. Figuriamoci il movente.
Siamo in balia dei nostri demoni interiori e ci concentriamo sull’aver ragione…
Gli orientali ci suggeriscono di praticare il distacco per estinguere il dolore. Facile, no?
La cosa più difficile che ho fatto e che cerco da anni di fare…

Ci vuole grande disciplina, presenza e disponibilità al cambiamento per trasformare i propri demoni interiori in trudi da comò. Scherzi a parte, dobbiamo disattivare le spinte all’azione (il karma) che portiamo dentro nelle pieghe del nostro Dna. Dobbiamo diventare veramente liberi, così liberi da imitare il Buddha, che per sua scelta, discende ogni anno a benedire l’umanità, durante il plenilunio del Toro.
Chi serve la vita non é schiavo delle proprie pulsioni e delle proprie paure (così come Arjuna nel campo di battaglia del Kurukshetra). Difficile essere chiari quando il dolore, la perdita e la solitudine ti attanagliano il cuore e ti falsano la visione.
Ogni giorno, per cambiare e diventare liberi, dobbiamo riprocessare i nostri impulsi all’azione, ma soprattutto il piacere che alimentiamo nella separazione e nell’odio. Queste sono le vere trappole della nostra felicità e dell’abbondanza nella vita.
Il distacco poi può generarsi, come una nuova vita che cresce, con la pulsione al divenire che soggiace nella volontà di bene che ognuno di noi, prima o poi, deve esprimere.
Questo genera pace, una pace che trova il suo senso nell’esempio che siamo per chi ci circonda.
Un giorno saremo anche noi dei Maestri, e potremo vedere con il giusto distacco ciò che oggi ancora ci attanaglia nelle catene del male e ci dà piacere nel procurare dolore.
Un giorno, avremo tenerezza di ciò che siamo stati…

“Come potrei non porgere al mondo, immerso nella fiumana del dolore che scorre velocissima, le mani del buon Dharma? Così pensando egli offre le [sue] mani, splendenti come il loto [appena] sbocciato.”
da “La Rivelazione del Buddha” – ed. Mondadori

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Aiutarsi: un balsamo per il cuore

Ho sempre pensato che fosse un “brutto karma”, una fatica inusuale e anche un’ingiustizia, prendersi cura, anche economicamente, degli altri.
Poi negli anni quest’emozione, spesso recriminante, mi ha portata a vivere la dolcezza dell’aiutare.
Non ho mai avuto grandi possibilità, ma spesso, la vita mi ha sostenuta nel trovare denaro a sufficienza per me e a volte anche per chi mi stava intorno. Non si tratta solo di aiuti economici, ma anche di altri modi di condividere, ricordandosi che esistono gli altri e che hanno i nostri stessi problemi.
Certo, questo può nascondere dinamiche di potere e di senso del dovuto quando è mescolato ad automatismi distorti che la coscienza riconosce come “normali”.
Quante persone comprano gli altri col denaro? Quanti, incapaci di manifestare l’affettività, riempiono di regali i loro figli?
Quanti non danno valore al lavoro degli altri e “casualmente” vivono nella miseria!? Certo, è karma, ma appunto per questo dovremmo smettere di fare le vittime (ruolo alquanto inflazionato) e rimboccarci le maniche nel fare, muovendoci in sintonia con la vita, cercando di sciogliere quello snervante bisogno di controllo che nasconde l’invidia.

Il vero aiuto è silente, riservato e fatto col cuore gonfio di compassione.
Unisce gli occhi di chi condivide questo momento d’amore e salda legami tra i cuori che varcheranno le vite, le morti e ogni dolore, perché nell’aiuto vero, sai che non sei solo. Sai che la vita ti abbraccia e ti ricorda che “è dando che si riceve”.
Essendo un moto di vitalità, difficilmente l’aiuto non tocca i cuori dei generosi.
“A chi più ha, più sarà dato”, diceva il Maestro dei Maestri, ricordandoci la precarietà dei beni materiali a fronte dell’aiuto ad un amico, un fratello o anche uno sconosciuto.
Non me ne vergogno, ma spesso, quando per strada do qualche soldo a un mendicante (guardandolo negli occhi che mi sorridono), trovo il sorriso di Gesù e si scioglie qualcosa di misero dentro di me. Così, la sua povertà ha lenito la mia…
Dovremmo ricordarci più spesso di amare con franchezza e disponibilità.
L’empatia sentimentale può diventare forza d’amore che discrimina il bisogno di vivere nella responsabilità stucchevole, dal porgere, con forza e calore, una mano.
Io sono stata fortunata e tutti gli aiuti che ho ricevuto sono impressi nel mio cuore, sigillati con un balsamo di tenerezza che mi è stato donato dalla vita e che cerco di rendere, con altrettanto valore, al mio prossimo.

In questo mondo che imputridisce nella lotta di potere, nella prevaricazione e nelle mille sfaccettature del male, l’aiutarci, l’uno con l’atro, può salvarci da noi stessi e dall’illusione di trovare la pace nel mondo dei sensi.
La vera pace si ottiene con la condivisione.

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La Fedeltà nel sentiero

Essere fedeli nella vita, significa essere per prima cosa essere fedeli a sé stessi.
Al giorno d’oggi non è più di moda cercare di essere coerenti, ma piuttosto viene spontaneo essere corrotti e corruttibili.
Gli antichi saggi di ogni tradizione ci insegnano a mantenere la parola, a sacrificarci per un ideale. Certo, nessuno nasce puro e scevro di corruttibilità, ma l’allenamento del cuore ci insegna a non odiare e a mantenere coerente l’amore che soggiace dietro alle nostre difese. Ogni giorno, barattiamo il nostro valore e la nostra fedeltà alla vita, per strade più facili, con azioni più “comode”, attraverso divisioni, noncuranze e personalismi… e ci ammaliamo di solitudine.
Tutto ciò che facciamo viene registrato nelle nostre coscienze e alimenta la corrente della salute o della malattia. Se ci si impegna ad essere fedeli sul sentiero, non si perdono mai le forze e la voglia di amare.
Tutte le volte che l’introspezione diventa attenzione patologica al sé, non stiamo evolvendo, ma stiamo girando su noi stessi e sulle nostre illusioni.
Dovremmo imparare l’arte del confronto, senza morire di suscettibilità. Dovremmo tendere le nostre vite agli esempi di tutti i tempi: ad un Santo o un Maestro, e vederli come la meta dei nostri sforzi.
La pace negli occhi di chi sacrifica la propria vita per il bene comune è talmente attraente da accelerare e rendere coesi tutti i nostri sforzi verso l’illuminazione.
Nessun impedimento, nessun desiderio, si può interporre, se la fedeltà è stata nutrita e consolidata tra l’uomo sul sentiero e la realizzazione del vero sé.
Ogni dolore, così la morte, si dissolve davanti a chi ha impresso il simbolo della fedeltà nel proprio cuore, ricongiungendosi ad Atman, l’assoluto in noi.
“Colui che, risiedendo in tutti gli esseri, da tutti gli esseri è diverso, Lui che tutti gli esseri non conoscono, per il quale tutti gli esseri sono corpo, Lui che genera dall’interno tutti gli esseri, questo è il tuo Atman, l’Intimo Reggitore, l’immortale”. Shankara
La fedeltà di Arjuna, valoroso guerriero, dovrà attraversarci le carni e ricordarci che esiste un disegno per ogni vita, e che le vite di ognuno sono sfumature che si mescolano nella tavolozza di Dio. Non conosciamo il quadro finale, e neanche cosa ci sia in divenire, ma l’affidarsi alla vita e sostenere essa al di sopra di ogni cosa, ci consacra alla fedeltà e all’autenticità, valori che solo un vero guerriero può avere.

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La severità, presenza coerente, disciplina i chitta vritti

Mi piace parlare e scrivere di severità. Oggi giorno, mi rendo conto che non esiste più la severità, quel chiaro NO che ci dicevano i nostri genitori, senza ma e senza se, dove non ti veniva neanche spiegato a posteriori il perché della decisione presa. Oggi, molti genitori (almeno quelli da me incontrati), quelle poche volte che dicono dei no, spiegano il perché delle loro scelte ai figli, magari bambini, trattandoli apparentemente da adulti, dove, l’unico motivo per il quale spiegano e rispiegano le scelte fatte, è un inutile senso di colpa che hanno l’illusione di sanare con fiumi di parole.
Poi, i genitori, o peggio ancora i nonni, te li trovi davanti alle scuole, in piscina e in ogni luogo dove un ragazzo può confrontarsi con la vita, dove li seguono come degli stalker, sorvegliandoli come dei malati contagiosi imbozzolati nelle auto che sfrecciano verso un posto sicuro: la casa.
Che ansia… se penso alla mia adolescenza e a quanto era vitale vivere in mezzo alla strada, sempre tra i ragazzi della mia età. Ero libera, ma allo stesso tempo avevo orari e compiti da svolgere. Ora spesso i ragazzi sono serviti e riveriti ma trattati come dei mentecatti.
La severità, che nell’accezione più alta è sinonimo di serietà, funge anche da aspetto educativo, passando in maniera pressoché indiretta, un certo tipo di esempio e di coerenza nella vita. Addestra, come un allenatore di pugilato, ai pugni che si prendono nella vita.
Lo so che è difficile dire no, e che il dire sempre sì nasconde un bisogno interiore di essere buoni e accettati. Ma essere presenti con coerenza produce molti più risultati a lungo termine, ed insegna, alla mente giovane di un ragazzo, a farsi poche pippe (scusate il francesismo), ad essere pragmatico e onesto con se stesso e con gli altri. Nello yoga si parla di chitta vritti, letteralmente: modificazioni della mente. Nel seguente articolo, l’autore spiega precisamente di che cosa si tratta e di come il Raja Yoga “educa” la mente: http://www.yogavitaesalute.it/yoga-per-tutti/yoga-chitta-vritti-nirodha/
Sarebbe davvero importante insegnare la meditazione ai ragazzi, non come scelta religiosa ma come strumento di benessere a cui possono appoggiarsi nei momenti difficili e “disturbati” della loro vita.
Se invece di preoccuparci dei pericoli esteriori a cui possono andare incontro, provassimo a formare il loro mondo interiore con fiducia, serietà e raccoglimento, potremmo avere ragazzi più compassionevoli e forti allo stesso tempo.
L’associazione Riprendiamoci il Pianeta fornisce, attraverso insegnanti qualificati, tutti i mezzi di cui sopra, per bimbi e ragazzi di ogni età: http://riprendiamociilpianeta.it/presentazione-rip-educazione/
È tempo di educare all’amore e al rispetto di ogni cosa, dal piccolo essere al pianeta ed oltre…

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I Klesa e il dolore umano allontanano dalla verità

Nella visione yogica di Patanjali, ciò che infligge dolore e patimento alla natura umana sono i Klesa. I Klesa sono 5 afflizioni che influiscono negativamente nella vita dell’essere umano schiavo dei propri sensi.
Ne avevo accennato in un altro articolo, ma per praticità, li riscrivo qui sotto:

  • Avidya (ignoranza)
  • Asmita (illusione)
  • Raga (attaccamento)
  • Dvesa (repulsione)
  • Abhinivesia (attaccamento alla vita per paura della morte)

Sono causa di confusione mentale e di conseguenza di malattia fisica. Se l’essere umano non cerca di capire e trasformare le cause del proprio dolore (fisico o mentale che sia), non esiste nulla che possa interrompere un automatismo inconscio che porta a vivere coazioni a ripetere che creano infelicità.
Quando associato al dolore, c’è la consapevolezza dell’impotenza di eliminarlo, la disperazione umana crea ulteriore dolore, perchè la volontà non può sopraffare il dolore. Per questo nelle pratiche yoga è insegnata l’accettazione: Ksanti, anche tradotta come: pazienza, sopportazione, tolleranza e infine accettazione consapevole, come mezzo potente per sostenere il cambiamento. Qualsiasi cambiamento esso sia, anche la morte…
Il problema di noi essere umani è che ci identifichiamo con i nostri corpi fisici, con quello che la nostra mente razionale vuole farci credere, e con l’attaccamento alle cose e alle persone. L’ignoranza, Avidya, va di pari passo con l’illusione, Asmita, che non coinvolge la consapevolezza di una coscienza e alimenta i bisogni più primitivi della natura umana.
Fino a quando le passioni ci costringono a vivere succubi dei nostri bisogni (Raga), la nostra felicità dipende dal mondo esterno e da come questo risponde ai nostri bisogni. Contrapposto a questo, inevitabilmente: Dvesa, la repulsione. Non possono esistere mai (Raga e Dvesa), l’uno senza l’altro, polarità opposte che si alimentano a vicenda. Questa è una parte della tragedia umana…

Infine, di sottofondo, da quando ci incarniamo, abbiamo il terrore della morte, e ci attacchiamo morbosamente alla vita, dimenticandoci di essere impermanenti e allo stesso tempo eterni.

Con la pratica della meditazione (Dhyana), le afflizioni, Klesa, vengono attenuate e trasformate in “forme passive” che non hanno più capacità traente e distorta.
La pratica meditativa e il sentiero spirituale permettono la discriminazione: Viveka, così da distaccarsi gradualmente, dai piaceri e i bisogni che ci creano dipendenza.
Solo il sentiero ci permette di “salvarci” e di realizzare il regno dei cieli in terra.
Śaṅkara, ci ricorda che l’unica via per la verità è la trasformazione interiore…
“Parlate di filosofia quanto volete, adorate quanti dèi desiderate, osservate tutte le cerimonie, cantate devote preghiere a numerose divinità: non troverete mai la liberazione, neanche al termine di cento kalpa, senza la realizzazione dell’unità del Sé.” Śaṅkara

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I no e la negazione della gioia

i no negazione gioiaChi non si è mai sentito dire: no?!
Quando i nostri genitori da piccoli ci negavano qualcosa, era una vera tragedia, ci sentivamo morire. La vita è intrisa d’impossibilità che limitano il nostro volere, e l’educazione rigida, forse antica e bigotta dei nostri genitori, ci ha abituati ad accettare, almeno in parte, i no della vita.
Quando i no diventano frequenti e quotidiani, bisogna iniziare a porsi delle domande.
Non sono solo i no a negare la vita e la gioia di un entusiasmo, spesso ci sono modalità molto più sottili: la non presenza, lo sminuire il valore di ciò che viene detto o fatto con un senso di supponenza e arroganza. Soprattutto se l’ha fatto qualcun altro e non noi…
Nei rapporti interpersonali è frequente questo tipo di dinamica, dopo l’innamoramento (dove pensi illusoriamente di aver trovato qualcuno che ti amerà così come sei), inizia il bisogno di cambiare l’altro a nostro piacimento. Inizia l’inibizione del piacere, che non è solo fisico (questo è il meno!) ma è una dinamica precisa di crudele lotta di potere, che per fortuna non è sempre presente.
Quando questo tipo di dinamica ci tocca nella quotidianità, forse è ora di prendere in mano la nostra vita, è ora di smettere di appoggiarci all’altro, al quale deleghiamo oltre alle piccole responsabilità della nostra vita, anche la nostra felicità.
Se viviamo frequenti no dall’esterno, noi per primi ci riconosciamo come qualcosa che non è degno di avere successo nella vita e possiamo continuare a lamentarci, mantenendo quel clima di odio e invidia che ci corrode il cuore di tristezza.
Io conosco questa dinamica, l’ho vissuta e so che peso inibitorio ha la sfiducia in se stessi, quale forza ha la depressione che ti fa amare la notte dell’anima.
Non siamo qui per questo, per porgere il fianco alla disperazione infantile che vuole impadronirsi della nostra leggerezza. Ci siamo incarnati per cambiare, per essere esempi di forza costruttiva che decide cosa vuole e come lo vuole.
Per prima cosa, dobbiamo smettere noi di inibire la vita negli altri, succhiando la vitalità degli altri come antichi vampiri. Come può l’altro essere spudoratamente e liberamente gioioso? Come si permette, soprattutto, di essere gioioso anche senza di me?
Dobbiamo sentire l’odio che esprimiamo nei silenzi, nelle seriosità prive di vita che incatenano gli altri al nostro volere. Io ci sto provando, per me, per il sorriso degli altri e perché sono stanca. La distruttività stanca, ti porta a consumarti del tuo stesso male. Se siamo in questo pianeta ora, in un momento in cui viene privilegiato il male (dal cibo, all’aria che respiriamo, passando per ogni impressione putrida che ci viene impressa nel corpo eterico), abbiamo il dovere di coltivare il bello e la leggerezza che unisce i dolori di ognuno di noi, trasformandoli in piccole scintille di tenerezza che nutrono la terra su cui viviamo, offesa dal male e da chi la violenta senza scrupolo. Ogni azione del nostro agire può andare nella direzione della scelta consapevole del bene. Basta volerlo e… mantenerlo!