La magia dell’Anima

Accenditi come lampada:
nel tuo cammino dovrai essere luce.
(R. Tagore – Sfulingo)

 

Da bambina a lezione di catechismo mi si diceva che siamo fatti di corpo, anima e spirito. La nozione, accolta come un assioma, passava in modo acritico senza la minima comprensione di cosa potesse significare.

Mi ci sono voluti decenni, almeno due e passa, per capire. Solo quando ho cominciato a familiarizzare col raja yoga e con la visione della vita che questa scienza dell’essere sottende, la comprensione è maturata gradualmente e ho finalmente cominciato a recepire non solo il senso di tale definizione, quanto piuttosto a sperimentare la verità in essa racchiusa.

I cinesi tradizionalmente posizionano l’uomo tra terra e cielo. Un modo diverso, a mio avviso, per esprimere lo stesso concetto. Si fa riferimento alla natura multidimensionale della coscienza umana e alle potenzialità a lungo inimmaginabili che l’uomo ha di portare il cielo sulla terra, pur avendo i piedi ben radicati nella dimensione fisica.

Il bello è che abbiamo già tutto dentro di noi. Accanto a biechi istinti che ancora motivano talvolta il nostro agire, siamo detentori di un patrimonio inestimabile: la nostra divinità, la nostra essenza spirituale, la nostra anima. Anche se per lungo tempo non ne siamo coscientemente consapevoli.

Eppure dal retaggio animale, che serbiamo nella memoria del nostro DNA, avanziamo verso il regno dei cieli. Realizzare l’anima che in potenza siamo è il nostro compito.

Anche se per tanto, troppo tempo ci sfugge, la vita ha un senso. Il caso, come la sfiga, non esiste. “Dio non gioca ai dadi con l’Universo” come diceva Einstein.

Noi siamo particelle con cui Dio (quell’essere che, per quanto ancora perfettibile, è pur sempre perfetto rispetto alle nostre limitate coscienze), ma possiamo chiamarlo Vita, sperimenta per migliorarsi ed evolvere.

Così noi siamo immersi in un’onda di vita. Quella che, procedendo dall’alto, generata dalla volontà dello spirito che si vuole manifestare attraverso la materia, ci attraversa.

Nell’attraversarci essa ci coinvolge nella danza dell’esistenza, con i suoi conflitti, le sue luci e le sue ombre, persino con il male e la sofferenza, sempre perfetta perché orientata necessariamente verso una direzione evolutiva.

Ogni personalità, con le dovute esperienze, è destinata a portare in manifestazione il cielo della propria anima. Tutti prima o poi porteremo fuori di noi il regno di Dio che è dentro di noi. Ricomporre in unità la dualità spirito-materia sarà l’atto finale dell’esperienza umana.

Parliamo di un qualcosa di estremamente tangibile e concreto. Affinando le nostre capacità di pensare, di provare emozioni e sentimenti, portiamo coerenza nella nostra coscienza ammettendo solo frequenze emotive e mentali compatibili con quelle della nostra anima.

Quando l’allievo è pronto il Maestro arriva”. E così è. Quando l’humus della nostra coscienza comincia ad essere adeguato, la luce dell’anima inizia a far sentire il suo tocco.

Nasce una relazione di intimità sempre più stretta tra l’anima e la personalità. Conflitti anche aspri, ma proficui, caratterizzano il nascente “idillio” tra l’anima che attrae, facendo sentire la dolcezza appagante della sua silenziosa presenza, e la personalità che, finché manterrà ambiti ancora ignoranti, resiste e si ribella, richiamata ancora dalla densità della materia.

Chiedete e vi sarà dato”, “bussate e vi sarà aperto”. La personalità purificandosi sente sempre più bisogno del tocco risanante dell’anima e ne invoca l’afflusso.

L’anima risponde sempre. La dolce lenta penetrazione della luce dell’anima nella materia dei corpi della personalità dà frutti generosi attraverso significative e graduali trasformazioni che la porteranno via via a prendere il suo posto al governo di suoi veicoli mentale, emotivo e fisico, diventati ormai suoi docili strumenti.

L’avanzare dell’anima, la sua affermazione continua equivale a manifestare il meglio di noi; tutto il bello, il vero e il giusto che abbiamo conseguito nel corso delle svariate esperienze umane. Le virtù e le buone inclinazioni concretizzano sul piano fisico attraverso il nostro agire energie benefiche proprie dell’anima.

I poteri dell’anima costituiscono fenomeni magici e sovrumani, inspiegabili con le leggi della materia. Niente a che vedere con la chiaroveggenza, la telepatia; no queste sono cose di poco conto, che interessano coloro che sono ancora attratti da fenomeni psichici, legati a filo doppio alla volontà distorta di dominio e potere.

Potenzialità finora nascoste, le qualità divine si sono liberate; emergono lentamente e sfociano tutte, attraverso la benevolenza, nella pratica dell’amore, quello vero; quello che unisce, muove e regge l’intero universo.

Esse diventano piena disponibilità ad esserci e a prenderci cura, con premura, a prescindere, degli altri e della vita, con disinteresse e equanimità.

A queste condizioni la nostra presenza è benefica e benedicente, in grado di elargire la cascata di luce pura della nostra anima. Attraverso il nostro agire, i nostri pensieri e il nostro sentire trasferiamo nel mondo energie che non sono del mondo. Questo rende sacra la nostra vita e quella di coloro che ci circondano.

L’unione stabile con la nostra anima rende possibile la pratica scientifica dell’amore, unica forza in grado di unire e guarire. Questa è magia bianca, quella che ci salverà portando al trionfo del bene e all’avvento del quinto regno di natura, quello delle anime. Purtroppo non ora. L’umanità ha bisogno ancora di tempo per armonizzarsi con il proposito dell’anima e con il piano del Creatore.

Bibliografia:
Alice A. Bailey, Psicologia esoterica, Editrice Nuova Era, Roma
Massimo Rodolfi, Psicologia dello yoga, Draco Edizioni
Massimo Rodolfi, Tecniche di guarigione dello yoga, Draco Edizioni

Il silenzio e la voce dell’anima

Prima che l’anima possa vedere, deve raggiungere l’armonia interna, e gli occhi della carne devono essere resi ciechi ad ogni illusione.

Prima che l’anima possa udire, l’immagine deve diventare sorda ai rumori come ai mormorii, al selvaggio barrito degli elefanti come all’argentino ronzare della lucciola d’oro.

Prima che l’anima possa comprendere e ricordare, deve essere unita a colui che parla in silenzio, così, con me alla mente del vasaio è unica la forma secondo la quale sarà modellata l’argilla.

Poiché allora l’anima udrà e ricorderà, e allora all’interno orecchio parlerà la voce del silenzio. (Blavatsky)

Se poni su piatto della bilancia tutte le tue pratiche ascetiche e sull’altra metti il silenzio vedrai che quest’ultimo supera le prime”. (Callisto di Xantopulos).

Le due citazioni summenzionate rimandano all’importanza del silenzio dal punto di vista spirituale.

Grande importanza è  stata attribuita già nel passato all’osservanza del silenzio nelle diverse tradizioni esoteriche e religiose, compresa la cristiana, in particolar modo quella orientale.

La regola del silenzio è fondamentale in molti ordini monastici cristiani; così anche per molte pratiche indiane e tibetane. È risaputo che i discepoli di Pitagora erano tenuti all’osservanza del silenzio assoluto per due anni, prima di guadagnarsi il diritto alla parola, che a quel punto non poteva che essere austera e autentica.

Io, personalmente, ho avuto modo di sperimentare il “bisogno di silenzio”, ad un certo punto della mia vita; ed è questo che mi ha spinta a cercare, sia pure in modo ancora inconsapevole, la meditazione e, conseguentemente e implicitamente, l’incontro con la mia interiorità.

Però ho avuto modo di rendermi conto che, generalmente, il silenzio non è una condizione molto apprezzata e ricercata, anzi spesso viene deliberatamente rifuggita.

A tal proposito mi è capitato più volte di confrontarmi con conoscenti, amici e con i miei stessi fratelli. Di fronte alla mia predilezione per luoghi solitari, ritirati, poco frequentati, essi mi raccontavano del disagio che provavano anche al solo pensarci.

Altro che solitudine e silenzio! Come loro, ci sono tante persone che si muovono  sulla spinta a immergersi in attività rumorose, rigorosamente in compagnia, arrivando addirittura ad abituarsi ad addormentarsi con il sottofondo della televisione accesa, pur di evitare un incontro ravvicinato col proprio mondo interiore.

Paura del silenzio. Condizione che può generare vertigine. Alla stregua di un abisso, insostenibile, spaventoso come e più del buio e dell’ignoto.

Così è per chiunque abbia ancora necessità di nutrirsi di vibrazioni ‘forti’, dissonanti, che in realtà perturbano la coscienza, imprimendola di frequenze caratterizzate da alti e bassi, picchi e derive. Niente di più distante da stabilità, equilibrio, armonia: stati cui tutti, almeno a parole, aspirano; coltivando tuttavia, nei fatti, ondate emotive continuamente destabilizzanti.

Ma il silenzio di cui parliamo non può essere solo quello esteriore.

Praticando il pratyahara, il quinto degli otto passi suggeriti da Patanjali, mettiamo in sospensione i cinque sensi, ci rendiamo sordi e ciechi al mondo esterno, eliminando così le suggestioni provenienti dal di fuori.

La pace profonda è possibile solo quando il silenzio emerge dal di dentro di noi. Una volta abbandonata la caotica e chiassosa superficie della coscienza, ci immergiamo nella natura intrinsecamente pacifica e silente del nostro vero sé.

Il silenzio, infatti, dal punto di vista spirituale non è mera assenza di suoni intorno a noi, e neanche esclusivamente controllo della parola. È qualcosa di molto profondo che si può coltivare e sviluppare con la pratica yogica.

Ha a che vedere con la graduale emancipazione dalla schiavitù dei pensieri molesti e distruttivi e dalle intemperanze emotive, fino alla conquista dell’autodominio degli aspetti inferiori e la resa della personalità di fronte all’incedere dell’anima.

Praticando con tenacia, miglioriamo come persone e l’anima acquisisce sempre più forza e maggiore capacità di attrazione. A un certo punto è come se cominciasse a meditare sul suo piano, riuscendo in questo modo a fare arrivare il suo influsso sui piani inferiori.

Allora l’incessante chiacchiericcio dei pensieri caotici che si impongono e la conseguente turbolenza delle emozioni, che ancora caratterizzano la recalcitrante e ribelle personalità, diventano sempre più insopportabili, mentre il bisogno di pace e silenzio diventa sempre più  totalizzante.

Gli sporadici e episodici contatti con la luce dell’anima influenzano sempre di più la materia emotiva e mentale, facendo crescere l’attrazione per essa. D’altro canto la purificazione che ne deriva favorisce contatti sempre più frequenti, sino all’unione stabile e permanente tra superiore e inferiore, anima e personalità.

Il silenzio trionfa: all’assoluta calma mentale, che è assenza di pensieri, fa rispondenza il completo acquietamento delle emozioni e dei desideri. Allora la personalità tace, mentre l’anima comincia a parlare, rivelando la sua natura divina.

Così la personalità-goccia può immergersi nell’anima-mare, e, sperimentando l’unione essenziale, verificare l’assenza assoluta di conflitti, ansie e turbamenti.

Cessato il rumore, il silenzio rivela l’essenza della verità: la beatitudine assoluta.

L’ardente aspirazione

Le grandi verità, quelle che attengono all’Essenza, quelle proferite da grandi esseri o da fonti ad essi risalenti, sono caratterizzate sempre da basilare semplicità: “Ama il prossimo tuo”, “Tu sei Quello”,  “Quando sorge un pensiero contrario allo yoga, sviluppa il pensiero opposto”, “Dall’irreale al Reale, dalle tenebre alla Luce, dalla morte all’Immortalità”.

Frasi essenziali, scarne. Poche parole scolpite in modo indelebile nella memoria della Vita che cavalca il tempo e lo oltrepassa. Ma come spesso succede nelle cose della vita, la linearità è il risultato ultimo di un grande lavoro di fino, che sistematizza tutte le fasi precedenti, è la sintesi cui si perviene dopo accurata e dettagliata analisi, è l’armonia che emerge dal caos solo dopo averlo vissuto, assaporato, “metabolizzato”.

Quei semplici aforismi rimandano in realtà a imprese umane, ardue come le fatiche di Ercole o le gesta dei tanti eroi mitologici. Percorsi lunghi, che abbracciano vite e vite, tutte quelle che occorrono per modellare la coscienza in modo tale da poter realizzare la meta, portando a compimento lo scopo delle nostre esistenze: manifestare l’essenziale natura spirituale del nostro essere.

Tutti gli uomini devono giungere ad essere cellule sane della vita, assolutamente incapaci di nuocere a chicchessia, animati da benevolenza e profondamente consapevoli della fondamentale unità con il tutto.

A ciò ognuno perverrà a suo tempo, a prezzo di laceranti conflitti e tanta sofferenza, causati dall’incoerenza della coscienza sballottata tra due polarità: le persistenti lusinghe della vita materiale e il richiamo dell’anima.

Come sostiene Shankara “Fino a quando l’individuo rivolge l’attenzione a questo corpo che già puzza di cadavere, rimane impuro e subisce gli attacchi dei suoi nemici: nascita, malattia, morte, eccetera. Ma quando egli perviene alla conoscenza di se stesso e si mantiene puro e inalterabile, si libera da tale incompiutezza.

La transizione definitiva da una polarità all’altra, dalla coscienza materiale a quella animica, sancisce il passaggio al Reale, alla Luce e all’Immortalità: è la nascita nel regno dei Cieli o il conseguimento dell’illuminazione, che dir si voglia.

Tutti arriveremo fin là, ma non ora, non subito, ma per gradi. Solo la necessaria maturità di coscienza renderà possibile calcare il Sentiero. Come l’acqua si trasforma in vapore solo a precise e determinate condizioni, così la trasformazione dal sé inferiore al Sé superiore può aver luogo solo in una coscienza umana che sia in grado di operare l’alchimia spirituale.

La liberazione la si consegue solo quando per l’individuo è diventata una necessità talmente urgente da non avere in mente altro.

Questa unità d’intento consente all’aspirante di forgiare gli strumenti che soli possono condurlo sempre più vicino alla meta; è come apporre, uno dopo l’altro, una volta costruiti, i pioli alla scala per il paradiso.

Così, colui che impara a dominare pazientemente e metodicamente gli aspetti inferiori, in modo naturale comincia ad affinare quelle qualità che si addicono al discepolo, in particolare il distacco (da istinti, desideri, emozioni e pensieri, incompatibili con la natura della scintilla divina in noi) e la discriminazione tra il Reale e il non-Reale, tra l’essenza e l’apparenza, lo Spirito e la materia.

Il frutto della spassionatezza è la conoscenza, quello della conoscenza è il distacco dai piaceri sensoriali, il distacco conduce allo svelamento della beatitudine e questa alla pace.” (Shankara)

Sempre Shankara ci dice: “Comprendi o saggio discepolo che la spassionatezza e il discernimento illuminante sono per l’individuo ciò che le ali sono per l’uccello. Se anche una di queste due qualità fa difetto, non si potrà raggiungere la pianta della liberazione arrampicata sulla cima dell’edificio.

Queste ali, comunque, spiccano il volo alla volta della “liberazione arrampicata sulla cima dell’edificio” perché traggono movimento da un motore potente, infallibile: l’intensa aspirazione, la prima e più importante qualificazione di ogni discepolo.

L’aspirante deve saper trovare l’ardire di andare controcorrente, essere in grado di raccogliere tutte le risorse presenti dentro di sé e andare avanti per la sua strada, sempre oltre, indipendentemente da tutto e da tutti, soprattutto a dispetto del giudizio altrui, costi quel che costi.

L’aspirazione, quando arriva ad essere talmente totalizzante da animare tutte le particelle dell’essere, diventa ardore. Allora si trasforma in potente fuoco che brucia con facilità ogni ostacolo e resistenza.

“Quando vengono tagliati tutti i legami che tengono avvinto il cuore, allora il mortale diventa immortale. Per tale fine è l’insegnamento”. (Katha up.)

 

Bibliografia

  • Raphael, Tat tvam asi, Edizioni Asram Vidya, Roma
  • Shankara, Vivekacudamani, Edizioni Asram Vidya, Roma

L’insegnamento di Shankara – seconda parte

L’insegnamento di Shankara è riconosciuto come il sentiero della conoscenza e della discriminazione. Non a tutti è dato calcarlo, ma sono necessarie alcune qualificazioni, individuate dallo stesso Shankara. Prima e fondamentale rimane il perfetto controllo della mente.

È nei sutra del Vivekacudamani (Il grande gioiello della discriminazione) che Shankara ci parla di tali qualificazioni:

  • viveka, la discriminazione tra il Reale e il non-Reale che si fonda “sull’incrollabile convinzione che solo Brahman è reale e che l’universo fenomenico è non-reale[i]
  • vairagya, non attaccamento al non-reale o a tutti i godimenti transitori;
  • possesso delle sei virtù mentali, quali: mente pacificata che consente l’unità d’intento circa la meta (Brahman); autodominio; pazienza, “quella condizione che sa accettare le afflizioni senza risentimento o ribellione, trovandosi libera da ogni ansietà e da ogni lamento[ii]; fede (Sraddha), vale a dire l’aderenza fiduciosa alle verità delle Scritture e a quelle proferite dal proprio guru, tramiti per la conoscenza; fermezza mentale, condizione che mantiene stabili sui piani più elevati, “senza cadere nel giuoco mentale”[iii];
  • ardente aspirazione o anelito all’emancipazione che è, in effetti, da considerare la qualificazione principale: “Parliamo delle qualificazioni. La prima è l’intensa aspirazione alla Liberazione. Deve essere così forte da condizionare tutto il patrimonio psichico. Quando il fuoco aspirazionale è portato al giusto sviluppo, allora ogni ostacolo viene bruciato senza difficoltà. La Realizzazione si concede a chi sa amarla. L’asparsa yoga, o advaita vada, non è per i deboli, per i tiepidi o per coloro che vogliono acquisire poteri psichici o virtù missionarie. Se c’è un ardente sete d’integrale soluzione della problematica esistenziale ad ogni livello e grado, allora si è pronti a percorrere la via senza ritorno[iv].

Interessante in Shankara è l’aspetto relativo alla devozione. Gli aspetti esteriori non hanno alcuna importanza. L’essenziale è offrirsi al Signore, per cui la devozione a qualsiasi forma del Divino costituisce bakti. Il devoto ideale è colui che conduce una vita di dedizione.

E l’advaitin, riconoscendo il Brahman ovunque e in ogni cosa, non può che agire con profonda devozione e dedizione. Egli si muove nel mondo unicamente finalizzando tutti i suoi atti al bene comune di tutti gli esseri.

Un seguace della via della conoscenza non fa distinzione tra sé e gli altri, gli è inconcepibile, in quanto considera il mondo intero come una sola famiglia.

Ecco spiegato chiaramente il concetto dallo stesso Shankara nel suo libro Tattvopadesa: “Tieni sempre a mente il senso dell’unità del Sé-atman o Brahman con la creazione intera. Identìficati con Brahman che si è manifestato quale mondo, ma non agire mai, con l’alibi di tale consapevolezza, in un modo che sia conveniente solo per te”. Che suona molto simile al nostro: non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te.

 

[i] Shankara, Vivekacudamani, Edizioni Asram Vidya, Roma

[ii] ibidem

[iii] ibidem

[iv] Raphael, Tat tvam asi, Edizioni Asram Vidya, Roma

L’insegnamento di Shankara: la via della conoscenza

Abbiamo avuto modo nei precedenti articoli di riferire della immensa portata che ha avuto il messaggio di Shankara.

Da aupanisada, seguace delle Upanisad come lui stesso si definiva, egli giunge ad indicare quel sentiero per la Liberazione (moksa) basato sulla conoscenza già contenuto, appunto, nelle Upanishad.

Il grande valore universale[1] delle Upanishad consiste nell’insegnamento della conoscenza di sé e della liberazione dall’ignoranza-avidya; da questi punti di partenza Shankara giunge alla formulazione dei suoi insegnamenti che mirano proprio a “impartire la conoscenza di Brahman, in modo che l’ignoranza possa venire totalmente distrutta e l’esistenza trasmigratoria possa essere definitivamente estinta.[2]

Così il grande Istruttore Shankara, gloria dell’India e benefattore dell’umanità (http://www.yogavitaesalute.it/la-scienza-dello-yoga/sankara-e-ladvaita-vedanta/), traccia la via che conduce alla perfetta realizzazione della nostra reale natura, ossia al riconoscimento dell’Assoluto in noi: Tu sei quello (Tat tvam asi), Brahman in potenza.

La liberazione, infatti, secondo l’Advaita Vedanta, è la condizione naturale del Sé-atman, la sua eterna natura. La limitatezza della nostra percezione, genitrice dell’ignoranza, non ci consente di riconoscere in noi la stessa natura eterna di Brahman.

Come per le Upanishad, per Shankara il sé individuale (Jiva) non è che l’Assoluto stesso, ma solo lo sradicamento dell’ignoranza tramite la conoscenza dell’atman-Brahman potrà dare luogo alla liberazione-moksa. Così, e solo così, avremo la possibilità di identificazione con quello che è lo stato naturale eterno dell’atman.

La liberazione non è nuova acquisizione, bensì comprensione, attraverso l’esperienza stessa, di ciò che eternamente è. L’atman, uguale Assoluto, è già “realizzato” sia pure nell’inconsapevolezza dell’ignorante. Come la luce annienta le tenebre, così la conoscenza rimuove l’ignoranza. Rimossa l’ignoranza si realizza Brahman.

Questo è il sentiero della conoscenza e della discriminazione, per calcare il quale sono necessarie alcune qualificazioni, individuate dallo stesso Shankara.
Prerequisito imprescindibile consiste nel perfetto controllo della mente.

 

[1] Ricordiamo che il filosofo occidentale Arthur Schopenhauer, uno dei maggiori pensatori del XIX secolo, ha parlato delle Upanishad come “conforto della mia vita” e “consolazione della mia morte”.

[2] Shankara, Upadesasahasri (L’istruzione in un migliaio di versi), traduzione e commento del Gruppo Kevala, Edizioni Asram Vidya, Roma

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L’Advaita Vedanta di Shankara

Soltanto Quello è; ma, di Quello, nulla può essere detto: solo il Silenzio, denso di consapevolezza, può esprimere l’Inesprimibile. Solo in Quello il cuore riposa. A che pro, dunque, parlare di ciò di cui non si può dire niente se non che è? (Shankara)

Quel grande Essere che attraversò la vita umana per un breve lasso di tempo con il nome profetico di Shankara (Benefattore) lasciò, così come doveva essere, tracce indelebili e feconde per l’evoluzione dell’umanità di sempre.

Davvero pregno di grande potenziale dirompente e rivoluzionario, il suo esempio non solo mosse le coscienze di allora, ma tuttora rappresenta un punto focale per quanti sentono il richiamo della profondità del proprio essere e l’urgenza dell’unione con il cuore della Vita; tanto che qualcuno ne ha parlato in questi termini: “Sotto forma di Coscienza onnipervadente Egli vive ancora oggi. Egli, in verità, è il Guru Shankaracharya, che concede la Liberazione a coloro che sono pronti” (Anandagiri)

Incarnatosi con una coscienza già straordinariamente espansa, egli venne a “sistemare praticamente” tante cose del mondo religioso e spirituale dell’India di allora, assolutamente in declino.

Pur occupandosi di coscienza e della realizzazione della natura divina e assoluta di ogni essere umano, egli lo fece muovendosi senza sosta, a piedi, da un angolo all’altra dell’India.

Cominciò da giovinetto a viaggiare, prima in cerca di Maestri e poi per divulgare la sua dottrina e raccolse discepoli, fondò monasteri, fu anche scrittore prolifico.

Non si ritirò in una grotta a meditare, ma girovagò incessantemente per convertire, lanciando sfide alla maniera vedica, cioè a suon di domanda e risposta su sottili argomentazioni puramente metafisiche.

Si racconta che è così che riuscì a convincere della forza e dell’inconfutabilità delle sue tesi alcuni irriducibili “avversari”, non con lo scopo di sottomettere e prevalere, ma con l’intento puro di unificare.

Per questo suo tratto peculiare, Shankara è stato definito “simbolo dell’agire trionfante” dal suo fervente seguace Raphael. La sua presenza nel mondo sembra basarsi sulle parole di Krishna nella Bhagavad-gita: “non c’è niente nei tre mondi che debba essere fatto da Me né alcuna cosa che debba avere e che non sia stata risolta; tuttavia mi trovo ad agire [pur restandone fuori]”.

E questo sembra essere anche il paradosso shankariano, sempre secondo Raphael; quasi che la vita del Maestro abbia contraddetto il suo stesso insegnamento della rinuncia all’illusorietà del mondo. Ma è chiaro ora quanto sia invece stato agire trionfante, retta azione.

L’impresa più memorabile di Shankara resta legata alla diffusione dell’Advaita Vedanta, Vedanta non dualista, che era stata fondata dal suo paramaguru (maestro del maestro) Gaudapada, il quale ne aveva esposto sinteticamente i principi nella sua opera Mandukyakarika. Ma fu Shankaracharya a renderlo alta filosofia e a dargli una struttura al tempo stesso magistrale e accessibile.

Gli insegnamenti trasmessi dalla dottrina advaita possono essere racchiusi nelle parole dello stesso Shankara nel Vivekacudamani, una delle sue più significative opere: “C’è una sola entità in questa intera creazione e quella è Vishnu (Brahman). È in te, in me, ovunque; è onnipervavedente. In esso non c’è traccia di dualità.”

Può essere così sintetizzato il suo pensiero: la sola Realtà è Brahman, il mondo è non reale; il jiva (anima individuata) non è altri che il Brahman stesso”.

Questa la quintessenza della sua filosofia, essenzialmente semplice, e al contempo infinita, proprio come il senso che lui ha dell’immensità dell’universo.

Questo, né più né meno, pare sia stato esposto dal giovanissimo Shankara, lapidario e incisivo, quando si presentò a Govinda, che da allora divenne il suo guru, per essere accettato come discepolo, folgorandolo; poche parole ardenti come saette infuocate.

Della sadhana, la pratica o disciplina realizzativa, e delle qualificazioni del ricercatore indicate da Shankara parleremo in seguito.

Bibliografia

  1. Radhakrishnan, La filosofia indiana, Edizioni Asram Vidya
  2. Raphael, Vidya, maggio 1994, Edizioni Asram Vidya
  3. Glossario Sanscrito, Edizioni Asram Vidya

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